Probabilmente non ci credeva neanche lui ma Raffaele Palladino, almeno per qualche giorno, è stato tra i papabili per prendere il posto di Gattuso sulla panchina della Nazionale. Il suo nome era nel calderone delle scommesse di Maldini e Leonardo assieme ai vari De Rossi e Pirlo. Alla fine in azzurro è andato Mancini ma l’ex scugnizzo di Mugnano ha comunque preso il posto di un altro ex ct, quel Tedesco che per due anni ha guidato la nazionale belga e che dopo Fabio Grosso è da ieri il secondo allenatore a saltare in Serie A. Il Bologna ha comunicato ufficialmente oggi che sarà Palladino il nuobo tecnico chiamato a risollevare i rossoblù dopo l’incerto avvio di stagione con un solo punto ottenuto in quattro giornate.
La madre lo voleva far ballare
Raffaele Palladino, che lo scorso giugno non era stato confermato dall’Atalanta, ha rescisso in nottata il contratto con la Dea. Per il tecnico napoletano, che aveva rifiutato alcune offerte per aspettare una chiamata dalla Serie A, contratto fino al 2029. Finora la sua è stata una carriera brillante ma senza mai ancora il definitivo salto di qualità, non sempre per colpa sua, un po’ come quando era calciatore. “Ho iniziato tardi – disse a ‘Calciomercato.com’ -, a 12 anni. Un’età insolita per un giocatore, ma per me il calcio vero era in strada, fra le macchine parcheggiate. È stato lì che ho imparato a giocare a pallone”. Anche perché la madre lo vedeva in tutt’altro ruolo: “Andavo male a scuola – rivelò a Hurrà Juve – . Il risultato fu che non volle più farmi giocare a calcio e… mi iscrisse a una scuola di ballo, ballo liscio: polka, mazurca, valzer… Anche lei andava in quella scuola ed era un modo per tenermi sott’occhio e per non farmi stare in mezzo alla strada. Me la cavavo piuttosto bene. Ballavo con una mia cugina e avremmo dovuto anche fare qualche gara, ma dopo un anno ho smesso. Io volevo giocare a pallone!».
L’avventura alla Juventus
E a pallone ci ha giocato: da Salerno a Livorno fino alla grande occasione alla Juventus (dove in precedenza aveva giocato con la Primavera). Un po’ spaesato all’inizio per la presenza di mostri sacri come Del Piero e Nedved (“Per me Pavel è stato un esempio di costanza, determinazione, sacrificio e voglia di arrivare a grandi livelli- dirà -. Io ricordo che, quando mi sono affacciato alla Prima squadra, arrivavo al campo un’ora prima e lui era già lì. Gli chiedevo: ‘Pavel da quando tempo sei qua?’. Finiva l’allenamento ma lui continuava fino a due ore dopo. Mi diceva che al mattino, quando di solito un giocatore è libero, andava a correre alla Mandria, il comprensorio dove lui viveva”) con la Juve in B per Calciopoli ebbe le sue chances. Segnò gol belli e importanti tanto da far esclamare a Lapo Elkann: “Avete visto la lampada di Palladino?”.
L’intuizione di Galliani
Non viene però ritenuto intoccabile da Madama che lo cede al Genoa: qui conosce Gasperini e ne resta folgorato ( “Gasp per me è un maestro, ho visto con lui il calcio in maniera diversa e ha rivoluzionato il calcio italiano. Ho cercato di prendere da lui tutte le cose che si possono prendere. Comunque lui è uno, non si può fare copia e incolla con nessuno, a maggior ragione con lui”), lì probabilmente nacque per la prima volta la scintilla di diventare allenatore. A vederlo prima di tutti in panchina fu Galliani che, con l’ok di Berlusconi, lo preleva dalla Primavera del Monza dove stava muovendo i primi passi da tecnico e lo lancia in prima squadra al posto dell’esonerato Stroppa.
Il debutto è col botto: 1-0 proprio alla “sua” Juve al Brianteo, primo storico successo in massima serie dei brianzoli, che con lui si salverannno, centrando il bis l’anno dopo. Lo nota la Fiorentina che lo ingaggia per sostituire Italiano: va bene, non benissimo ma bene: sesto posto – che vale la qualificazione alla Conference League – e semifinale raggiunta nella terza competizione europea per ordine di prestigio, dove Kean – protagonista della miglior stagione della carriera – e compagni si arrendono al cospetto del Betis.
Rinnova con i gigliati fino al 30 giugno 2027. Tuttavia, soltanto poche settimane più tardi, si consuma la clamorosa rottura tra le parti – in seguito a divergenze emerse con la società – e il legame contrattuale viene risolto. Accetta di subentrare a Juric lo scorso novembre sulla panchina dell’Atalanta dove chude settimo. Non abbastanza per rimanere a Bergamo, viene esonerato (arriverà Sarri) ma ecco l’opportunità Bologna per prendersi una rivincita. E provare quel salto in alto che ancora manca.
